Mike Tyson: “Non ricordatemi come un mostro, voglio fare il comico alla Eddie Murphy”

NEW YORK – I MOSTRI che non sbranano più fanno pena. Quelli che si limano le unghie sono impresentabili. Quelli che se le tagliano, sorprendono. Soprattutto se si chiamano Mike Tyson, se hanno rubato, picchiato, violentato. E sono “un brutto peccato mortale”, come diceva Jake La Motta, uno che non si faceva sconti, anche perché da bambino per strada colpiva con un punteruolo da ghiaccio. Non c’è bisogno di ricordare chi è stato Mike Tyson, il Male della società, la Forza sul ring. Un selvaggio, un pugile spietato. Uno che si divertiva a romperti la faccia, a sfasciarti il cranio, a farti entrare l’osso del naso dentro il cervello, a mangiarti l’orecchio e a darti appuntamento all’obitorio. “A te, cadavere di un negro “.

Uno da Alcatraz, e infatti è finito in galera per stupro, uno che non pensava di arrivare a 40 anni. Poco carino, per niente cool, sul ring saliva vestito di nero, senza calzini. Un boia che non voleva perdere tempo. Ora sembra cloroformizzato. Si è riciclato, da animale a persona. La solita vocina, corpo un po’ legnoso, gesti letargici. Ci sono i segni di quello che è stato, i tatuaggi maori su metà del viso, si intravede qualcosa di quello che cerca di essere. Un marito e un padre decente. Il matrimonio (il terzo) con Kiki Spicer, più giovane di nove anni, funziona. Mike ha ripreso il suo spettacolo a Las Vegas. Si esibisce nella città del massacro. Non è più l’uomo più cattivo del pianeta. Il pensionato Stephen Paddock, un signor nessuno, sparando dalla finestra di un albergo ne ha ammazzati 59. Tyson alla fine manco uno. La sua riabilitazione letteraria dopo True (2013) passa per L’arte della guerra (Piemme, esce oggi in Italia) e per Larry Sloman, il biografo che si è occupato anche di Houdini e di Bob Dylan.

Mike, si è smentito: è arrivato a 51anni.

“Già, ho sempre detto che non avrei raggiunto i quaranta. Tutti i miei amici a Brownsville sono già morti, sparati o di droga. Io ho iniziato a bere gin a nove anni, poi ho continuato con la vodka e ho preso la gonorrea da una che è morta di Aids. Non avevo troppe aspettative. Quando dicevo che andavo a sdraiarmi sulla tomba di Sonny Liston per sentire il respiro della morte era vero. Sonny in vita sua non aveva sorriso più di tre volte. Mi sentivo vuoto, della gente non mi fregava niente e nemmeno della vestaglia di cincillà, della corona di rubini e della collana di diamanti che mi aveva regalato Don King. L’unica musica che avevo in testa era una marcia funebre. Altro che Iron Mike”.

E invece ora?

“Mi racconto. A teatro e in un nuovo libro. Voglio diventare un intrattenitore, un animale da palcoscenico, il nuovo Eddie Murphy, uno che diverte, che sta nello showbiz. L’idea mi è venuta vedendo recitare Chazz Palminteri in a “A Bronx Tale”. Basta essere la carogna che mette paura”.

Dirà mica sul serio?

“Sì. Sono stato un bestione, un coglione, un gorilla ammaestrato, un povero ubriacone, un arrogante psicopatico, il più giovane campione del mondo dei massimi, ma non voglio essere ricordato per quello. E l’undici febbraio del ’90 a Tokyo non avrei perso il titolo contro Buster Douglas se non mi fossi dato all’esercizio aerobico che allora praticavo: scoparmi tutte le cameriere dell’albergo. Quello era un momento in cui le donne dovevo mandarle via a calci”.

Non esageri. Come vuole essere ricordato?

“Come un funny guy, non come un mostro. Visto che Barbra Streisand, che sono andato ad applaudire, è una funny girl. Voglio fare il comico, non i ruoli da duro e da ombroso, non voglio più intimidire gli altri. Sono tornato in scena all’MGM a Las Vegas dove recito un monologo e racconto la storia della mia vita. Mi piace quella sensazione, quando la gente non riesce a staccare gli occhi da me”.

Tyson goes to Broadway.

“Anche to Hollywood. Sarà Jamie Foxx a interpretarmi, per la regia di Martin Scorsese. Mi sono disintossicato da alcol e cocaina, non bevo più, ho otto figli, quattro maschi e tre femmine, perché purtroppo Exodus è morta strangolata da una corda a 4 anni nel 2009. Cerco di essere un padre, un sostegno finanziario per tutti: la più grande Mikey Lorna ne ha 27 e il più piccolo, Morocco, 6. Se serve, accompagno anche i ragazzi a scuola. Milan, la penultima, gioca bene a tennis, meglio di me, anche se proprio non è il mio sport, vado con lei ai tornei, le ho fatto conoscere Serena Williams. Guardatemi, giudicatemi per quello che sono ora, non solo per le stronzate che ho fatto quando volevo metterlo in quel posto a tutto il mondo. Reggere 120 ore di registrazioni con Larry “Ratso” Sloman non è stato facile. E dopo che racconti certe cose, non vuoi ritrovarti sempre quella persona davanti, a riprendere il discorso da dove l’hai lasciato. Non ce la fai”.

Perché?

“Perché? Mia madre era una prostituta. Un conto è alludere, un altro è ammetterlo. Pensi che è passato del tempo, che non faccia male, invece lo fa. Quando è morta non avevo nemmeno i soldi per comprarle la bara. Tornato dal suo funerale sono andato svaligiare case. È che certe consapevolezze non le avevo. Ero un piccolo delinquente insicuro, grasso e sporco, non Clark Gable. Andavo in un bar e mi ubriacavo, è quello che ho fatto dopo aver vinto il titolo mondiale. Mi esaltavo e poi mi buttavo giù, tornavo nella mia Brooklyn, in Amboy street, un cesso di posto, a bere e fumare erba sul marciapiede, e tutti, sorpresi, a dire: quello non può essere Mike, che ci fai qui?”.

E che ci faceva?

“Ero un topo che tornava nella fogna. Home come dice E.T. Ho dovuto imparare a essere a mio agio nel disagio. Venivo da un’immensa disperazione, i miei figli non potranno mai capirlo, non hanno la pressione ad avere successo che avevo io e che mi ha distrutto. L’arte della guerra è quella della sopravvivenza. Quando avevo 15 anni andai a Woodstock, entrai da una chiromante che leggeva i tarocchi, mi disse: illuminerai il mondo per un breve periodo, ma avrai tanti guai. Avevo una bassa autostima e un ego stratosferico “.

Il libro parla del suo rapporto con Cus D’Amato.

“È dedicato a lui. Mi ha fatto da padre, che non ho avuto, non solo da allenatore. E mi ha anche adottato. Cus ha affrontato il mio complesso di inferiorità dicendomi che ero superiore a tutti gli altri, ma la cosa gli è un po’ sfuggita di mano, ho offeso un sacco di persone, arroganza e cattiveria mi erano entrate nel sangue. Cus viveva di conflitti, ma questo non mi ha favorito. È mia moglie Kiki che mi ha aiutato a interrompere il ciclo. Siamo andati a uno spettacolo, e tutti mi guardavano, lei mi ha detto: ti amano. Io ho replicato: mi aspetto che mi amino. Lei mi ha guardato con l’aria di chi pensa: sono sposata con questa merda? E lì ho capito che dovevo smetterla e fare esercizio di umiltà. Mi vuoi bene? Grazie, amico. Per cui mi fa piacere che piloti abbiano ribattezzato Tyson route, la rotta di avvicinamento all’aeroporto di Las Vegas, perché passava sopra la mia vecchia casa. Ma la boxe non vive di questo e non era nemmeno materia di Cus”.



È critico?

“Devo tutto all’incontro con questo vecchio signore italiano, convinto che io fossi speciale, e che mi riempì la testa di sogni di gloria. Ma lo sport lavora sulle tue insicurezze, te le fa scavalcare, non le riempe. Avevo 13 anni, mi vide fare tre round in una palestra ammuffita, e capì che avevo la stoffa, anche se tutti gli dicevano che ero un moccioso e per giunta troppo basso. Cus mi ripeteva che ero un dio, ma non mi lasciava fare lo sbruffone. Mi controllava, mi teneva in pugno, mi esaltava, e poi bastonava il mio orgoglio. Insieme abbiamo sognato di avere soldi e di comprare ville e che tutti ci avrebbero guardato a bocca aperta. Invece è morto nell’85 a 77 anni prima di vedermi campione. In ospedale si è messo a piangere, non per me, ma per la sua donna, Camille, che lasciava senza matrimonio e senza sicurezze. Non l’avevo mai visto così. Cus non mostrava mai emozioni, nemmeno alla morte di Joe Louis aveva versato lacrime. Lui mi voleva così: duro, insensibile, minaccioso”.

Sta dicendo che ha seguito un copione.

“Beh mi eccitavo a essere un cane rabbioso. Cus aveva portato al titolo mondiale Floyd Patterson e José Torres, aveva allenato i sordi, ottimi pugili perché sviluppano una vista acutissima, aveva combattuto la mafia, Frankie Carbo, l’Ibc. Se mi avesse detto che potevo volare, gli avrei creduto. Ma era un tipo sospettoso e maniaco del controllo fino alla paranoia. Diceva che la gente doveva morire di infarto quando mi vedeva, che all’avversario dovevo spezzare braccia e costole, che dovevo intimidire. Guardava lo scontro tra due scarafaggi e poi mi spiegava: hai visto, sta usando il jab. Però avessi avuto lui non sarei finito tradito e fuoristrada. Esagerava, ma mi capiva”.

Tanto da salvarla.

“Quando ho divorziato per la seconda volta mi sono ritrovato con più di cento milioni di dollari di debiti, dopo averne sputtanati trecento. Nel 2003 dichiarai fallimento, ero al verde ma trovai una rendita finanziara di 250 mila dollari che Cus con gli ultimi suoi 500 dollari aveva istituito prima di morire: “nel caso il ragazzo non dovesse farcela”. Scoppiai a piangere, io avevo rovinato la mia vita, lui lo aveva previsto, e dalla tomba si stava prendendo cura di me. Questo mi ha dato speranza, mi ha rimesso in piedi”.

L’ha fatta anche ipnotizzare.

“Sì, Cus credeva nelle esperienze extracorporee, nel dominio di se stessi, nell’autosuggestione come aiuto alla guarigione, seguiva gli insegnamenti del farmacista francese Émile Coué, per cui tappezzava le pareti della palestra con frasi che potenziassero l’ego: non mollare, vai avanti , fai ciò che non sopporti di fare, ma fallo come se ti piacesse. Io non ho mai perso la disciplina, mi sono allenato anche con i polsi ingessati per un incidente. E infatti dallo stress ho perso i capelli, ho una lesione al nervo sciatico, male alle braccia e alle gambe”.

La boxe oggi.

“No, per carità. Chi li conosce? Io rappresento la tradizione, i pugili di una volta. Che ho studiato. Il ring è stato il mio cibo. Sono cresciuto vedendo i filmati: Johnson, Dempsey, Robinson, Louis, Liston, Ali. Io non ho mai permesso che la gente li dimenticasse e ogni volta che ho copiato un colpo ho attribuito la giusta paternità. Oggi nessuno studia più. Quale pugile usciva con Dickens, quale con George Bernard Shaw, quale con Hemingway? Io lo so. In palestra a parlare con Cus venivano Norman Mailer, Gay Talese e Howard Cosell”.

È ancora vegano?

“No, ma per un periodo ci ho provato. I cambi di rotta non sempre riescono. Però se i miei figli mi fanno una carezza, apprezzo. È una bella sensazione, anche se faccio finta di niente. Sono proprio un inutile vecchio mostro”.

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